Ex Arena Braga

Architects
Giovanni Vaccarini Architetti
Any
2014

Edificio Polifunzionale Ex “Arena Braga”
Il sito è parte del tessuto urbano d’espansione di una città della lunga conurbazione diffusa della costa adriatica; esso è posto alle spalle di uno dei più vecchi e gloriosi edifici ludici: il Kursaal. L’edificio è disposto su un lotto rettangolare allungato con orientamento est-ovest, a ridosso del lungomare; i temi del progetto si misurano con la risoluzione tipologica e morfologica di una serie di istanze che ad una prima lettura sono fortemente penalizzanti:
- la geometria notevolmente allungata
- la destinazione d’uso del piano terra che richiede un attacco a terra completamente libero
- la presenza, sul lato sud, di un edificio molto alto e ravvicinato.
Il progetto reinterpreta tutto ciò, tentando di renderli elementi di connotazione architettonica:
- la distribuzione verticale, al fine di rendere fruibile il piano terra senza soluzione di continuità, è stata posta in testata diventando essa stessa prospetto (principale) e mettendo in scena il sistema dei flussi dell’edificio;
- il tema dell’introspezione e della regolazione/captazione della luce, indotto dalle forti presenze di confine, argomento generatore di una pelle in vetro che avvolge l’edificio, diventa l’interfaccia tra interno esterno, regolatore della luce ed elemento unificante, che camaleonticamente muta geometria e forma, “registrando” gli usi molteplici che avvolge. Una pelle che si sfoglia e piega costituendo uno schermo di protezione visiva ed, allo stesso tempo, una macchina per la captazione della luce. La pelle è il luogo dei riflessi, dei riverberi visivi; le finestre scompaiono, le “squame” disegnano tagli e sporti, una sorta di superficie “a spessore”.
Nello spessore sono raccolti degli affacci a sbalzo in acciaio traforato che traguardano, come dei punti di avvistamento, il mare.
L’edificio accoglie delle residenze temporanee per vacanze. L’idea, anche in ragione della morfologia fortemente allungata dell’edificio, è quella di pensare questi spazi quasi come spazi nautici, più che come residenze piantate sulla terraferma; l’accesso a tutti gli alloggi avviene da un lungo “ponte” posto all’ ultimo piano, da cui si distribuiscono gli ambienti giorno degli alloggi.
Dall’open space soggiorno/cucina, attraverso scale (in ferro e legno) interne si possono raggiungere le cuccette/camere, al piano inferiore (in coperta) o, risalire sul ponte/terrazzo posto al piano superiore. Il sistema degli alloggi “galleggia” su di un piano terra completamente svuotato e smaterializzato, nel suo attacco a terra, da una lunga vetrata. Il confronto, all’interno di un tessuto edilizio amorfo, con l’unica emergenza rappresentata dall’edificio novecentesco del Kursaal, è cercato nel continuo contrapporre forme e materiali che tentano di interpretare la leggerezza (vetro, metallo, laminato) alla matericità delle masse murarie intonacate del Kursaal.
Negli occhi di chi scrive si riflettono le immagini della lama di mosaico bianco che si affaccia tra gli edifici neoclassici di corso Italia a Milano o la casa della cooperativa Astrea e “il girasole” di viale Buozzi a Roma. Le istanze funzionali sono il pretesto per misurarsi con il patrimonio di progetti e realizzazioni consegnatoci dagli architetti italiani degli anni 50/60. Un brano di storia di estremo interesse, poiché ci si è misurati con l’ibrido, il molteplice, l’incerto. Una condizione spuria che, credo, appartenga al nostro lavoro.
Un omaggio a Luigi Moretti.

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